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Le Upanishad le conclusioni dei Veda, testi sacri della cultura indù | Project India
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Le Upanishad

2000 anni prima di Cristo una popolazione indoeuropea proveniente dall’Iran, gli Ariani, che appartenevano a razze diverse ma parlavano dialetti di una stessa lingua, scese dal nord e si divise in due tronconi: da uno nacque la civiltà greca e dall’altro la civiltà indoariana. In india essi scrissero i Veda e successivamente le Upanishad, opere di una profonda filosofia.

Le Upanishad costituiscono la parte conclusiva dei Veda, ( cifr. il nostro articolo a loro dedicato I Veda ).

Ne esistono più di 200, benché, per tradizione, ne siano enumerate 108. La loro datazione è incerta: le più antiche dovrebbero risalire all’VIII e al VII secolo a.C., e sarebbero quindi pre-buddhistiche; le più recenti, al V o IV secolo a.C. Le Upanishad sono state composte da autori ispirati, e appartengono alla letteratura rivelata o çruti (lett.: «ciò che è stato udito»), probabilmente una selezione del materiale che è stato frutto della ricerca di intere generazioni. Al pari dei Veda, esse hanno un carattere religioso-culturale; tuttavia, approfondiscono tematiche diverse da questi ultimi. In effetti, tutta la filosofia indiana si può riassumere come una interpretazione e un commento alle Upanishad.

Il contenuto

Il termine upanishad significa letteralmente «seduto/giù/accanto». Si allude alla collocazione del discepolo, seduto ai piedi del maestro.

Nella Brihadàranyaka Upanishad è spiegata una cosmologia primitiva. All’inizio c’era soltanto il nulla, il non-essere, dal quale si produsse l’universo. In ogni uomo risiede una scintilla di questa energia cosmica: il Brahman,  e l’ àtman, il principio dell’individualità o il sé personale cifr. l’articolo dedicato Brahman e Atman.

Viene dichiarata una corrispondenza intima tra il micro e il macrocosmo, tra l’energia impersonale e l’identità personale, sulla base di vari spunti vedici. L’àtman è indistruttibile ed eterno. Questa cosmologia ha importanti risvolti etici. L’uomo dovrà prendere coscienza della propria identità autentica, per capire che il suo àtman, la propria natura intima, contiene un principio universale. A un certo punto della propria evoluzione, infine, si lascerà dietro qualsiasi massima o norma etica: sarà libero sia dal male che dal bene. In questo stato d’animo non traccerà più alcuna distinzione tra sé e gli altri, rendendosi conto della perfetta identità tra il Brahman e l’àtman. E non potrà più temere nulla: la sua vita sarà immortale, ormai, come quella del cosmo. Ogni creatura riceve qualcosa dal Brahman: l’incarnazione più completa di quest’energia è il bràhmano, il sacerdote. In questa Upanishad si torna sulla questione delle caste. Tuttavia, nonostante l’evidente enfasi sulla casta bràhmanica, nella Upanishad è un guerriero a istruire un sacerdote. Evidentemente alla classe dei Bràhmani non era ancora stato assegnato il ruolo di primo piano che avrebbe avuto in seguito.

Nella Katha Upanishad si narra dell’incontro tra Naciketas, il primo uomo che morì, e Yama, il Dio dei morti.  Naciketas chiede a Yama se dopo la morte l’uomo continua ad esistere oppure no; ma non non otterrà una vera risposta. Yama si limita a dirgli che l’atman è immortale ed eterna.
Nelle varie Upanishad s’insiste sull’autorealizzazione, e questo tende a ridimensionare l’importanza dei sacrifici vedici. Si persegue la liberazione (moksha), un obiettivo che è possibile raggiungere soltanto uscendo dal samsàra, il ciclo delle nascite e delle morti. Ogni azione produce un frutto: è il principio basilare della legge del karma, che determina le modalità delle future reincarnazioni. Attraverso la condotta ottimale, si deve cercare di spezzare il ciclo: a quel punto, l’àtman esisterà in eterno, inglobato nel Brahman.

Nella Mundaka Upanishad vengono ammessi due ambiti della conoscenza. Da un lato, c’è il campo delle scienze inferiori: lo studio dei Veda, l’astronomia, la fonetica, la ritualistica, la grammatica, la metrica e l’etimologia. Dall’altro c’è la scienza superiore, il cui oggetto è la conoscenza del Brahman.

Conclusioni

Le Upanishad segnano una frattura e portano idee innovative rispetto alla tradizione religiosa e spirituale dei Veda. Si differenziano infatti rispetto ad alcuni contenuti essenziali:

  • mentre nei Veda viene data importanza al sacrificio e al rito, nelle Upanishad acquista un ruolo primario la conoscenza, la gnosi (vidya o jnana)
  • La teologia mitologica è il fondamento dei Veda, mentre le Upanishad si basano sulla meditazione sull’Uno-tutto (Atman-Brahman).
  • le Upanishad sono dedicate alla contemplazione o all’illustrazione delle verità supreme e son dirette a rispondere alle domande esistenziali dell’individuo, che si chiede quali siano l’origine e il destino dell’uomo, quale ragione regga le varie vicende dell’esistenza, quale sia il fondamento ultimo dell’universo e della vita.

Alcune frasi tratte dagli Upanishad

“Si deve fermare la mente nel cuore fino a quando non sia resa al silenzio: questa condizione costituisce la vera conoscenza e la liberazione, tutto il resto non rappresenta altro che letteratura verbosa” (Brahmabindù Upanishad, 5).

“Il saggio, dopo aver studiato i trattati della conoscenza religiosa e profana, abbandoni completamente tali trattati, come colui che cercando il seme abbandona la scorza” (Brahmabindù Upanishad,18).

“È attraverso la conoscenza superiore che raggiungeremo l’informale. La scienza divina ci svela la conoscenza di quella realtà che trascende i sensi, rivela il principio, la causa incausata di tutto, l’Uno che non ha forma né nome” (Mundaka Upanishad, I, I, 6).

“Tutto ciò che hai studiato non é che un insieme di parole” (Chandogya Upanishad, VII, I, 3).

“In un buio spaventevole entrano quanti vivono nell’ignoranza, ed in un buio ancora peggiore quanti hanno solo una conoscenza teorica” (Svetasvara Upanishad, IV, IV, 10).

“Privo di suono, senza forma, intangibile, non decadibile, senza sapore e odore, senza inizio e fine, immutabile, eterno, trascendente tutta la natura, ineffabile. Coloro i quali possono realizzarlo, ed essi solamente, sono liberi dalle fauci della morte” (Katha Upanishad, I, III, 15).

Per approfondire l’argomento vi consigliamo la seguente lettura; rispettivamente in formato kindle e cartaceo:

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2 Comments
  • Khalid Valisi
    Posted at 09:53h, 27 Luglio Rispondi

    Davvero interessante, però vi siete dimenticati il link alla fine 😅

  • mikahel369
    Posted at 06:04h, 04 Agosto Rispondi

    interessante, ci si ritrova molto delle religioni monoteistiche, ad iniziare da quel Abraham o Abramo che risuona molto o del significato di Upanishad che suona come Islam ovvero sottomesso.
    Ciò che non mi suona completamente è il rifiuto del sacrificio per rivolgersi alla gnosi, ciò che invece era pratica dei Veda.
    D’altronde la gnosi necessità un dominio sui sensi, per evitare proprio che si arrocchi sula natura verbosa della religione stessa e soprattutto per tagliare fuori le interferenze “esterne”.
    Comunque un bel articolo, grazie.

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