Annunci
Il Giainismo | Project India
1205
post-template-default,single,single-post,postid-1205,single-format-gallery,cookies-not-set,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode_grid_1300,qode-content-sidebar-responsive,qode-theme-ver-10.1.1,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

Il Giainismo o Jainismo

Lo Jainismo o Giainismo è una religione e corrente filosofica affermatasi nel VI secolo B.C. grazie a Vaddhamana, più noto come Mahâvira, proclamato dai suoi seguaci “Jina” (“il Vincitore” da cui deriva la parola giaina ) grande eroe. E’considerato l’ultimo di un guruparampara o lignaggio di ventiquattro maestri, tirthankara o “facilitatori del guado”, i maestri che con l’ascesi dominarono le proprie menti, le proprie passioni e i propri corpi raggiungendo la liberazione dal ciclo infinito delle rinascite.

La religione giaina non si prefigge lo scopo di adorare un dio assoluto, ma di arrivare al perfezionamento di sé abbandonando gradualmente il mondo materiale.

Contemporaneo di Buddha, Mahavira propone una via che l’induismo, nel frattempo in via di consolidazione, considera eterodossa.

Il Giainismo è tutt’ora la religione più esigente tra quelle indiane dal punto di vista dell’ascetismo.

Mahavira dal momento della sua rinuncia andò nudo e smise di preoccuparsi per il sonno, la pulizia, il cibo, o l’acqua.

Imitando la sua vita e recidendo ogni legame con il mondo materiale i monaci e le monache giaina confidano di raggiungere la liberazione. I testi giaina illustrano 10 motivazioni per questa vita di rinuncia ( dall’ira al ricordo delle nascite precedenti) che spingono uomini e donne alla iniziazione e alla vita ascetica. Il culmine della iniziazione è la cerimonia in cui l’adepto si strappa i capelli per simboleggiare l’austerità e la rinuncia alla sessualità. Oggi la maggior parte degli iniziandi si rade i capelli lasciando solo qualche piccola ciocca facile da rimuovere durante la cerimonia.

Dopo il rito di ingresso l’asceta pronuncia 5 grandi voti o mahavrata.

Il credo

Uno dei valori a cui questa religione da più importanza è una forma estrema di ahimsa ( non violenza), per la quale si esige che nessun essere vivente sia danneggiato poiché secondo una massima giaina “tutte le creature viventi devono aiutarsi tra loro”.

La non violenza presiede ogni aspetto della vita quotidiana di un giaina. Nel camminare l’asceta deve fare attenzione a non calpestare inavvertitamente nessuna forma di vita. A questo scopo ogni adepto riceve una piccola scopa per spazzare via gli insetti che trova nel suo cammino, ed indossa permanentemente una mascherina che gli impedisce di ingoiare o respirare involontariamente dei microorganismi.

Ogni discorso che inciti o accenni alla violenza è severamente vietato, così come vanno evitati pensieri tendenzialmente violenti. I Giaina non possono preparare cibi, devono ispezionare accuratamente ciò che mangiano per evitare di ingerire qualsiasi forma di vita e devono filtrare l’acqua prima di berla.

Le diverse correnti di pensiero

I seguaci di Mahavira si uniscono a quelli di un precedente profeta, Parsva, di cui si sa molto poco. All’interno del movimento unificato si è verificato un contrasto tra i seguaci di Mahavira e quelli di Parsva a proposito della nudità raccomandata ai monaci del movimento da Mahavira, apparentemente non accettata dai discepoli originari di Parsva.

Questa discussione, cui se ne aggiungono altre, proseguì per diversi secoli, finché nell’anno 79 d.C. la comunità si divise in due branche chiamate rispettivamente Digambara ‒ “vestiti di cielo”, cioè nudi per imitare la rinuncia di Mahavira ( per i monaci) ,  e Svetambara, “vestiti di bianco”.

I Digambara sostengono che gli abiti stimolino il desiderio di possesso e aumentino le probabilità di danneggiare altre forme di vita, gli Svetambara invece indossano gli abiti e perciò ammettono la liberazione anche per le donne, che spesso nelle comunità giaina sono più numerose degli uomini ( quasi il doppio).

I due gruppi si considerano parte della stessa religione e condividono le stesse credenze fondamentali. Il canone dei testi sacri è diverso: i Digambara riconoscono soltanto i testi di un sinodo tenuto a Patna – chiamati testi Pataliputra – circa due secoli dopo la morte di Mahavira, mentre gli Svetambara considerano canonici anche una serie di testi riconosciuti come tali solo successivamente.

Annunci
No Comments

Post A Comment