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I quattro principi del Dharma | Project India
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ruota del Dharma

I quattro principi del Dharma

 

La legge dharmica più importante è la legge del karma: il modo in cui agiamo ci fa sperimentare il frutto delle nostre azioni non solo in questa vita, ma anche nelle vite future. Rappresenta la “legge interiore” dell’individuo, Legge a cui occorre prestare obbedienza, se si vuole che la propria vita sia in accordo con la Volontà Divina. Non è una giustizia basata su ricompense e punizioni esteriori, ma una giustizia che tiene conto dello sviluppo della coscienza. Per approfondire l’ argomento leggere l’articolo sul Il Karma e quello che spiega il Dharma .

L’azione dharmica dà pace e felicità interiori e permette di seguire la pratica spirituale. L’azione adharmica restringe la coscienza e ci consegna alla sofferenza.

I quattro principi del Dharma

 

AHIMSA

Il più importante dharma etico, a volte chiamato il dharma supremo, è ahimsa, spesso tradotto con “non-violenza”. Più precisamente significa “non nuocere”, avere un atteggiamento mentale per cui non si desidera fare del male a nessuna creatura, non solo esseri umani, ma anche piante, animali e tutto l’ordine naturale. Per essere completa ahimsa deve riguardare non solo l’azione, ma deve essere estesa anche alla parola e al pensiero.

SATYA

Il secondo è la “verità”, indicata con il termine (sat o il derivato satya) che alla lettera significa l‘“ente”, rispecchiando l’identità fra ciò che esiste eternamente e ciò che è vero; Per essere nella verità, bisognerebbe essere sinceri: nel pensiero, nella parola e nell’azione. Satya, è la seconda dei cinque yama (compresi negli otto passi di Patanjali negli Yoga Sutra). Satya, la troviamo come argomento centrale dei Veda, ed è strettamente collegato alla RTA (ordine cosmico); senza Satya, l’universo va in pezzi e nulla può funzionare.

DANA

In pali, dāna vuole dire dono, offerta, generosità. Lo scopo di questa pratica è quello di distaccarsi, da un lato dai possessi, dalla nostra dipendenza verso le cose materiali, e, dall’altro, dalle impurità mentali grossolane, come l’avidità, la concupiscenza e la gelosia. Non si tratta del dare per dare, e neppure di offrire per fare del piacere agli altri, o a se stessi. Si tratta, piuttosto, di distaccarsi, di abituarsi a non più dipendere da qualcosa, o da qualcuno; di produrre delle azioni benefiche, ad esempio sostenendo materialmente i monaci o di donare a coloro che si trovano nel bisogno, onde ridurre le loro sofferenze. Si possono offrire degli oggetti, del nutrimento, delle cure; ma, anche rendere dei servizi, donare il proprio tempo, l’ascolto, la compassione, o la propria presenza. In generale, l’abitudine al dono, dāna, serve ad accordare meno interesse al proprio piccolo conforto personale, per meglio aprirsi all’ambiente, per meglio osservare e meglio comprendere il mondo che ci circonda.

SAMATVAM

Ultimo principio è la signoria su se stessi, definita in molti modi, per esempio dama, “dominio (su di sé)”, o il bellissimo samatvam, “equanimità”, di Krishna che suggerisce ad Arjuna di seguire la via dello yoga. L’equanimità non si raggiunge grazie agli oggetti esteriori. Né soldi, né lussi, né potere, e nemmeno una famiglia unita conferiscono pace duratura ed equilibrio mentale. Samatvam è uno stato mentale interiore. Per conseguirlo, dobbiamo congiungerci con il sé supremo, che vive nella quiete perenne dentro di noi, o almeno imparare a riconoscerlo. Quando cominciamo a individuare quel silenzio, quell’oceano di pace, saremo meno scossi da gravi dolori, lutti o fallimenti. Ci sarà più facile superare le difficoltà e le crisi.

Dama porta spontaneamente agli atteggiamenti di purezza, tolleranza, compassione, umiltà e modestia, onestà o rettitudine, principi non esclusivi del solo induismo che può essere definita perciò una religione “universale di fatto”.

per approfondire l’argomento vi consiglio la seguente lettura in italiano molto specifica:

 

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